Ho sempre amato Miriam Mafai - il suo bellissimo libro di tanti anni fa, Pane nero
ha un posto d'onore nella mia libreria -, ma non mi sono trovata quasi in niente d'accordo con quanto ha detto in un recente servizio di Repubblica on-line, La donna tangente, e con quanto in genere si dice oggi da parte della sinistra di diverse gradazioni a proposito di donne e prostituzione (lascio da parte la destra: preferisco in genere parlare di quelli a cui voglio bene e che considero amici). Non sono d'accordo e non mi è piaciuto. E spiego perché.
Quando nei primi anni settanta il movimento femminista andava gridando per le strade: “Non madonne, non puttane”, ero d'accordo, lo gridavo anch'io. Perché mi pareva ci fosse il rifiuto di riduzionismo, di accettare che le donne fossero catalogate in base ai costumi sessuali. C'erano però, allora, tante differenze fra le posizioni nel movimento, e pure scontri: l'oppressione, i comportamenti, i pensieri, i ruoli... sono natura o cultura? Separatismo o coinvolgimento dei maschi? Quali rapporti con la politica ufficiale, con il movimento sindacale e operaio? Tutte uguali o simili, le oppressioni, o condizioni diverse, legate anche a quella che allora si chiamava “appartenza di classe”? E la sessualità? Ecc. ecc..
Mi pare che poi ci sia stata una deriva verso un pensiero unico o quasi unico che oggi è dominante. Non più madonne, certo, se sono caste è una scelta loro, è volgare e violento scherzarci sopra, queste cose le fanno solo i fascisti; le puttane invece sono restate, nella percezione comune, uguali e peggiori che nel passato: queste ultime vanno certo rispettate, si dice ritualmente, ma di fatto non sono interlocutrici, non si discute con loro, non le si conosce, sembra che tutte debbano avere la stessa personalità, se di personalità si può parlare. La società non chiede nulla a esseri simili, a meno che non siano schiavizzate, non denuncino e quindi non facciano il salto che le porta fuori. Se mai le si compatisce, perché le si pensa tutte tutte in mano a sfruttatori di diverso livello, certo, quasi tutte vittime della tratta oppure strumentalizzate da uomini di potere. La cosa più strana del mondo, però, è che si dica al tempo stesso che i comportamenti di queste ragazze offendono le donne che non sono puttane: un'identificazione simbolica, omologante e disumanizzante per tutte le parti in causa che proprio non riesco, non riesco a capire.
Personalmente, penso che a me sarebbe potuto capitare di diventare prostituta: per dare da mangiare a figli affamati, per cercare di garantire loro una vita degna, per permettere loro di studiare. Non dico che sarebbe stato ovvio e facile: il mio pessimo carattere avrebbe certamente ostacolato non poco la professione. Qualche altra persona potrebbe fare la prostituta perché vuole guadagnare senza uccidersi di fatica in un campo o un'impresa di pulizie o perché le va bene così. Non so come sia questo lavoro, ai diversi livelli, però per me ammettere, e seriamente, questa possibilità del passato è, per quanto strano possa sembrare, per una di quelle capriole bizzarre del pensiero, rasserenamento e al contempo difesa della mia individualità, che non è individualismo in senso deteriore. È rifiuto di questo pensiero unico che mi pare asfissiante, è rifiuto di gettare nell'etichetta di “puttana” la complicazione delle persone vere.
Ed esprimo di seguito alcune mie semplici riflessioni-piccole proteste contro aspetti secondari di questo pensiero unico, che è emerso pure dalla lunga intervista a Miriam Mafai: micro-ribellioni che mi ronzano nel cervello e vogliono uscire, così, alla rinfusa.
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domenica 11 aprile 2010
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