Ho letto con grande piacere il libro, "Berlusconi passato alla storia", Donzelli 2010, dello storico Antonio Gibelli: naturalmente con un piacere non privo di tristezza. Mi pare che per la serenità con cui viene raccontata l'epoca presente, per il relativo distacco di storico – l'intenzione di Gibelli è stata, pare, quella di scrivere una lezione di storia sull'epoca berlusconiana, quasi facendo un provvidenziale e liberatorio salto in un futuro libero dall'incubo -, per la grande limpidezza che si accompagna felicemente con la complessità del discorso, questo agile testo potrebbe diventare, paradossalmente, uno strumento di intervento politico serio e analitico. Certo, a patto che la Donzelli ne faccia un'edizione economica e trovi il modo di diffonderlo, cosa che l'aristocratica casa editrice non farà mai. Non se ne può più – è solo una mia opinione, superfluo persino precisarlo – dell'attitudine a ridere e a divertirsi un poco malignamente, un poco amaramente, un poco vittimisticamente, troppo spesso anche a sinistra, per le gesta di questo squallido premier e di quelli che gli stanno intorno. L'agile libro di Gibelli sarebbe, fra l'altro, un'efficace cura a questa malattia.
Uno degli aspetti del libro che mi hanno avvinto sta nell'evidenziazione del robusto filo di continuità - non solo, come spesso abbiamo letto altrove, di illegalità e favori, ma soprattutto relativo alla cultura politica – fra craxismo e berlusconismo, considerati nel loro quotidiano manifestarsi, e non solo nei patti diabolici; pur se poi nella sua scesa in campo l'attuale premier - che cerco di nominare il meno possibile - si è avvalso alla grande di Tangentopoli e dell'antipolitica.
