Lo so a che cosa mi dedicherò nella prossima reincarnazione: a diventare un'arabista seria. Nella vita che sto vivendo ora non faccio più a tempo, mi sono accorta troppo tardi di quanto sia avvincente questo mondo, e il massimo a cui posso giungere è cercare di raccontarne alcuni tratti con l'ausilio di qualche bel libro di arabisti veri, spagnoli e italiani.
Riprendo quindi, come ho annunciato, un ragionamento sulla poesia araba che iniziai sul blog della Round Robin tanto tempo fa. Questa volta però seguirò un percorso che, partendo dalla poesia preislamica della penisola arabica, giungerà a Al-Andalus, la Spagna musulmana: una storia di press'a poco otto secoli. Lo farò a salti, per piccoli campioni, in modo tutt'altro che professionale; non riuscirò di certo, soprattutto per mancanza di traduzioni e di testi disponibili, a “dosare” il discorso sui diversi periodi e poeti in modo proporzionale all'importanza, e qualche volta ripeterò cose già dette tempo fa.
Nei primi articoli non proporrò testi, ma alcune informazioni e dati che serviranno al lettore che non conosca nulla di questo mondo a orientarsi meglio sul discorso complessivo. Nei successivi, cercherò invece di riportare quanti più testi sia possibile, tradotti dall'arabo non da me, ma da arabisti italiani o spagnoli (in quest'ultimo caso tradurrò io dallo spagnolo all'italiano). Si tratterà spesso di frammenti, perché molte poesie arabe del medioevo sono poemetti di notevole ampiezza e complessità, necessitano, per essere compresi, di un poderoso apparato di note, e non possono perciò entrare in forma integrale negli scritti per un blog.
Uno straordinario arabista spagnolo, Jaime Sánchez Ratía, che lavora per l'Onu, ma “si diletta” di antica poesia araba - in verità si tratta di un “dilettantismo” di livello stratosferico - e si vanta di non essere un accademico, ha pubblicato due libri per la bella e raffinata casa editrice
Hiperión, che prende il nome da un titano figlio di Gea, la Terra, e di Urano, il Cielo, e padre del Sole, della Luna e dell'Aurora, e pure dal titolo di un'opera di Friedrich Hölderlin. (Questa casa editrice, mi sembra grazioso dirlo, ha pubblicato anche poeti italiani in edizione bilingue: Leopardi, Luzi, e le rinascimentali Gaspara Stampa, Vittoria Colonna e Chiara Matraini.)
Riporto di seguito, perché mi pare illuminante, qualche passo di un'introduzione pungente di Jaime Sánchez Ratía, che meriterebbe davvero di essere letta tutta, al suo primo libro pubblicato da Hiperión,
Treinta poemas árabes en su contexto (lo sfrutterò in prossime puntate).
“
Credimi, lettore, se affermo che la poesia araba – e specialmente la classica – è una delle cose che rendono la vita tollerabile. In questa età del ferro, in cui ci tocca vivere (e in un paese di latta), lasciar da parte la pesante e mortuaria pagina del giornale e immergersi nelle rimate nuvole di universi come il Libro dei canti di Abu-l-Faray al Isfahni o il Tesoro delle cose belle che ha scritto la gente di Al Andalus di quell'Ibn Bassam di Santarén, allunga la vita più di quando facciano lo smettere di fumare, il rinunciare al sesso mattutino o l'astenersi dal consumo di sostanze non permesse dallo Stato paternalista. Senza dubbio, nonostante le sue qualità corroboranti, la poesia araba è un universo inesplorato, di cui solo pochissimi hanno notizia. Il viaggiatore che si addentra nelle sue lande disseminate di lettere esotiche, armato di una bella pazienza (che il buon Dio saraceno prescrive a coloro che vogliono guadagnarsi il paradiso) e di una carrettata di dizionari, ha l'opportunità di visitare un settimo continente dell'umana creatività, l'Antartide sommersa del genio di uno dei popoli più dotati per la poesia che abbiano mai calpestato la terra, gli arabi, la cui lingua potrebbe considerarsi lingua poetica per eccellenza.”
E poi Sánchez Ratia non risparmia altre frecciate soprattutto agli accademici spagnoli, che, a suo dire, hanno mirato a pubblicare scritti che potessero essere immediatamente spendibili per la carriera universitaria - ricompilazioni, bibliografie, ecc.- e non si sono impegnati quasi mai nel lavoro di traduzione in apparenza più umile. Dice di loro: “
...hanno preferito sguazzare in pozzanghere piene di zanzare che nuotare e andare a esplorare fiumi maestosi.”