"...subito comprai due cavalli, di cui uno d'Andalusia della razza dei certosini di Xerez, stupendo animale, castagno d'oro; l'altro un hacha cordovese, più piccolo, ma eccellente, e spiritosissimo."

(Vittorio Alfieri, La Vita scritta da esso - 1790, 1803)

*************************
Naturalmente nessuna analogia fra me e Vittorio Alfieri. Riporto le sue parole perché mi sarebbe piaciuto vivere in Andalusia quando ci venne lui.

Visualizzazione post con etichetta direttiva europea 43 del 2000. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta direttiva europea 43 del 2000. Mostra tutti i post

martedì 18 maggio 2010

COSE DI SPAGNA E D'ITALIA - “ZINGARI”2: L’IDENTITÀ IMPOSTA- MILANO E DINTORNI

Anna Rita Calabrò, nel suo libro Zingari-Storia di un’emergenza annunciata, prende in considerazione parecchi studi sulle popolazioni “zingare”: soprattutto quelli di Leonardo Piasere, prestigioso antropologo italiano (per trovare indicazioni su alcune opere di Piasere, clicca qui ). La studiosa valorizza importanti elementi che emergono dalla pluriennale ricerca di Piasere, ma al tempo stesso pone in evidenza quella che secondo lei è un’eccessiva unilateralità nell’interpretazione che lo studioso dà dell’“identità zingara” (anche se, leggendo un’intervista non datata di Piasere , paiono assai fitti gli elementi che rinviano a una molteplicità di gruppi umani, di usi, di “culture”, che non si possono racchiudere in un recinto rigido e stabile). La Calabrò però non si limita a insistere, come già fa Piasere, sulla molteplicità di raggruppamenti che ai nostri occhi di ignoranti gagé paiono come popolazione unitaria, gli “Zingari”; ma mette anche in evidenza come le trasformazioni nella produzione e nei consumi della società maggioritaria, lo svuotamento di molte delle professioni tradizionali (venditori di cavalli, giostrai, fabbri ecc.), l’abbandono del nomadismo da parte di molti - di quel nomadismo in parte forzato, in parte legato a certe attività che queste popolazioni praticavano nel passato – abbiano messo definitivamente in crisi l’”identità separata” di queste genti, senza però offrire alcuna alternativa di lavoro e di vita. Dice la Calabrò: “Usare come chiave interpretativa l'ambivalenza mi aiuta anche a spiegare le contraddizioni che vivono oggi molti zingari. Contraddizioni che non consistono tanto nell'ambivalenza tra identità e alterità, quanto, al contrario, nell'impossibilità di mettere in atto una strategia ambivalente. Perché se l'identità rifugge l'alterità non c'è ambivalenza e ciò accade sia quando non si vuole, sia quando NON SI PUÒ (la sottolineatura è mia) sostenere la sfida di un cambiamento. Nel primo caso perché si sceglie la strada della separazione e della devianza; nel secondo perché si è oggetti di discriminazioni e razzismo e dunque di un atteggiamento da parte dell'altro che, senza alcuna ambivalenza, rifiuta la relazione.” . Lo strumento principe che costringe i diversi gruppi che denominiamo “zingari” a una separatezza che nega l’ambivalenza da entrambe le parti, è quello che penso possa essere definito come una sorta di “universo concentrazionario”: i campi nomadi italiani, regolari e irregolari, di sosta o di vita, in cui si trovano ammassati, segregati e condannati allo stigma sociale gruppi di origine, cultura, esperienze diverse, scelte di vita e aspirazioni diverse e spesso conflittuali fra loro. Da questi campi si può essere cacciati, ma è difficilissimo uscire con il proprio lavoro per entrare nell’“altra parte” del consorzio umano: è raro che a chi li abita venga riconosciuto il diritto alla casa o comunque a un’abitazione decente, e pure, di fatto, quello al lavoro legale, a una scuola in cui i bambini possano entrare senza vergognarsi della propria provenienza, tutti strumenti fondamentali per l’emancipazione.